PersoneDiParola Isola Editrice

Maurizio Corrado, artigiano della parola

Ho imparato a essere un artigiano della parola praticando diversi mestieri. DIGITAL CAMERA

 

Il copy e la sintesi.

Il copy mi ha insegnato la sintesi. Una frase deve contenere un mondo. Qui si va oltre la parola, si va dentro, prendono significato le sillabe, le singole consonanti, le vocali, le virgole, i punti. Assumono importanza gli aromi che ogni insieme di lettere riesce a evocare, e devono essere sempre precisi, esatti, guai a sbagliare un profumo, la nebulosa di possibilità che ogni termine sprigiona dev’essere minuziosamente controllata e va sempre fatta la prova di risonanza con gli altri termini del gruppo che forma la frase. Meravigliosa scuola.

 

Il giornalista glamour.

Come giornalista ho il timbro Condè-Nast. Tenendo una rubrica di design e architettura in pieni anni Ottanta sul mensile che divenne Glamour, un certo tono leggero, una svogliata brillantezza, un tocco, appunto, glamour, li imparai necessariamente. Ma soprattutto, incontrai per la prima volta la Signora Pina. La Signora Pina è quella che deve capire tutto quello che scrivi. La Signora Pina non è un’intellettuale, tanto meno è colta e neppure tanto raffinata, anzi pare tenda alla grossolanità, al pettegolezzo e soprattutto, è sempre distratta, bisogna dire poche cose e chiare, molte cose tutte in una volta non le regge, meglio una sola. Una sola cosa basta e avanza. Non importa la complessità o la gravità dell’argomento, se il testo passa la prova della signora Pina, è perfetto.

 

I libri e le signore.

Poi smisi di scrivere articoli e iniziai a fare libri. Manualistica. E chi ti ritrovo? Sì, sempre lei: la Pina, un po’ meno grossolana, si è sposata, ha figli, vuole sapere cose pratiche. E gliele devi dire, altrimenti non ti guarda neanche. Quindi prima di tutto: titolo e quarta di copertina. Parole chiare, palesi, inequivocabili e poche, nel titolo, magari spieghi meglio nel sottotitolo e nella manciata di parole in quarta, quelle che la devono convincere subito che da quel momento in poi quel blocco di carta che ha fra le mani dev’essere suo a tutti i costi. Col professionista è la stessa cosa, è solo più presuntuoso della Pina, che nel frattempo, avendo io scoperto una certa vocazione nell’essere a tutti gli effetti uno scrittore per Signora, iniziava, la Signora, a rivelare lati più discreti, portava il libro con sé dove poteva star sola e sbottonare il lungo vestito lasciando l’aria finalmente accarezzare la pelle, quello era il momento per un tono più confidenziale, dove le potevo rivelare segreti che solitamente celavo negli anfratti del testo, appoggiandoli leggeri su di una didascalia o nascosti nel fitto di un corpulento capitolo che sapevo sarebbe stato dipanato solo da un forte, intenso desiderio.

 

Le collane e la struttura.

Poi ho cominciato a farli fare io, i libri. Qui ho imparato il potere della struttura. Se ben guidato in una struttura ferrea, un professionista capace può produrre libri accettabili. Ho imparato che lo scoglio maggiore sta nel persuadere l’autore novello a non voler fare Il libro, ma Un libro, a vederlo come un passo, poi magari ce ne sarà un altro, più avanti. I libri, sempre di più, sono oggetti mitologici per la maggior parte delle persone. Facendo parte della categoria dello sconosciuto, si tende a posizionarli in una zona quasi sacra, quindi farne uno ha l’apparenza di un’operazione mistica, un rito che debba coinvolgere tutta la vita e lo scibile dell’autore e dell’argomento in questione.

Mi sono trovato, per la mia naturale e imprescindibile vocazione alla ricerca della verità, del presente, a proporre temi nascenti, a percorrere strade poco battute o, più spesso, a tracciare sentieri in zone inesplorate. Così sono arrivato a essere, nella zona dell’architettura ecologica, una delle voci più costanti e nella particolare strada del rapporto fra piante, architettura e design, uno degli autori più prolifici e attenti. Il mio rapporto con le piante si muove nel territorio della meraviglia, del mito, del sacro, lascio agli esperti delle discipline collegate il gravoso compito di spiegare le tecniche, a me riservo il più connaturale compito di proporre il senso dell’azione, il perché, la direzione.

 

Il teatro e la parola incarnata.

Nel frattempo, avevo incontrato il teatro. Mi piace dire che ho fatto una scuola per sapere cosa prova un attore in scena e poter scrivere meglio. Vero, ma l’impulso decisivo a iscrivermi mi venne da un magnifico paio di cosce d’allieva che vidi risplendere entrando a teatro per risolvere la scenografia di un amico regista. Dopo una settimana di corso mi uscì di getto una prima commedia, le misi come sottotitolo “operetta teologica”, poi m’immersi nella recitazione. Iniziai con Pinter. Diventai regista, gangster, amante, prete spretato attratto dalle ragazzine con Tennessee Williams, libertino con Emmanuel Schmitt, Cavaliere di Ripafratta con Goldoni e tanti altri. Incarnavo i testi entrando fisicamente nella mente degli autori. Constatai come molti scrittori quando affrontano il teatro falliscono. La scrittura teatrale è fatta di un’altra materia. La parola scritta è in attesa, ha bisogno di divenire carne, sangue, sudore, risata, pianto, dolore, emozione, spettacolo. Dopo una decina d’anni di palco, mi sentii pronto per dirigere i testi che nel frattempo mi erano nati, tutti dalla frequentazione dello spazio incantato del teatro. Imparai le infinite sfumature che può contenere una sola parola. La ripetizione. Il teatro è ripetizione, memoria, corpo. Sul palco si sperimenta fisicamente la relatività del tempo. Attimi eterni. Ore in un attimo.

 

La parola scritta.

Dimensione intima per eccellenza. Mi risuonano in mente le parole che Miller scelse per introdurre il suo primo Tropico, qualcosa che aveva a che fare con il mostrare le proprie viscere, tutto il resto, diceva, è letteratura. Avvertendo in questo modo la mia scrittura, avevo, e ho tuttora, pudore e riluttanza a mostrare le viscere, e ancora mi tormenta lo “scrivere è abdicare” di Blaise Cendrars, qualcosa che mi fa preferire la vita reale a quella immaginata. Formato da Calvino e Buzzati, da Proust ed Hemingway, il mio scaffale sarebbe quello dove dovrebbero stare Eliade, Coulianu e Junger, uno scaffale che non c’è nelle librerie, bisogna immaginarlo vicino agli amici di Buenos Aires, Borges e Cortazar, e a quelli di Vienna, Schnitzler e Wedekind.

Dopo più di trent’anni di scrittura, mi sono preso sul serio e ho dato costanza, spietatezza e spada al lavoro.

 

Per contattare l’autore: maurizio.corrado@yahoo.it